La nostra intervista a Lupo per il suo album “Cerotti”

27 Apr , 2026 - Musica

La nostra intervista a Lupo per il suo album “Cerotti”

A distanza di due anni dall’EP Scarabocchi, LUPO – al secolo Lupo De Matteo, classe 2001 – torna sulla scena musicale confermando la sua abilità di saper parlare alle nuove generazioni in modo diretto, ma soprattutto con estrema sincerità.

Un album pop nel senso più ampio e stratificato del termine, dal sound fresco, dinamico e mai uniforme, fatto di ritornelli contagiosi da cantare a squarciagola, batterie accelerate e synth pulsanti, alternati a sonorità più delicate ed eteree. Pop rock degli anni Duemila, urban, indie italiano, funk ed elettronica convivono con episodi shoegaze più rarefatti e onirici.

Le reference – da Machine Gun Kelly e Avril Lavigne ai Gorillaz, da Bruno Mars ai Coldplay, passando per Calcutta, Gazzelle, Fulminacci, bnkr44, Tripolare, Andrea Laszlo De Simone e Marco Castello – non agiscono come citazioni, ma come coordinate sonore ed emotive attivate di volta in volta. Ogni brano trova così il proprio suono, capace di aderire al tema che racconta, come un cerotto scelto appositamente per una ferita specifica.

Ciao Lupo… Hai definito l’album come una “scatola di cerotti”: qual è stata la ferita più difficile da raccontare?

L: Ad esser sincero non c’è stata una ferita più complicata da raccontare. Nell’insieme ogni canzone è come se nascondesse, mentre la scrivevo, una delle mie più grandi paure: sarò all’altezza di scrivere ciò che ho in mente, nel modo più autentico e soddisfacente possibile? Una delle paure più grandi che credo accomuni ogni essere umano, a qualsiasi età, è quella di non rispettare le proprie aspettative, deludere sé stesso ancor prima di chi ci sta vicino. Forse è proprio grazie alle varie debolezze di cui ho voluto parlare, che ho potuto dimostrarmi il contrario questa volta, concludendo un album di cui vado molto fiero.

In CEROTTI non parli di guarigione, ma di cura imperfetta: è un modo per accettare le proprie fragilità?

L: In parte sì. Credo che a volte accettare delle proprie debolezze sia un atto di grande maturità. Riconoscere cosa bisogna migliorare di sé stessi o cosa ci caratterizza, nel bene ma soprattutto nel male, ci porta a uno step successivo di auto consapevolezza che, per come la vedo, è necessario sia nella vita che, nel mio caso, nella scrittura e nell’arte in generale.

Nei brani affronti ansia, confronto e identità: quanto è difficile oggi restare autentici?

L: È difficile se non lo si vuole. Comprendo che siamo continuamente sommersi da miliardi di stimoli, informazioni e novità, ma credo che ognuno di noi ha una sua potenziale originalità. A volte per fretta, o paura di non esser compresi, si scende (comprensibilmente) a patti con degli standard, dei trend che però non rappresentano effettivamente chi siamo ma ciò che vorremmo essere, imitando persone e modi di fare a noi non affini. L’originalità non è “farlo strano” ma credo sia “farlo” e basta, come viene, senza paura di giudizio esterno.

C’è una canzone del disco che senti più “scoperta” rispetto alle altre?

L: “Supersonico” assolutamente. È arrivata come un fulmine a ciel sereno. Nessuno del mio team (col quale ho lavorato e scritto l’album) si aspettava di far un pezzo del genere all’inizio. Alle 2 di notte invece, presi quasi dallo sconforto dopo una giornata non proprio produttiva, è nata dal niente una canzone importantissima per questo album. Oltre a chiuderlo, credo gli dia molto carattere, è qualcosa che non ti aspetti ma che effettivamente ha un senso.

Se CEROTTI fosse una stanza, che atmosfera avrebbe?

L: Sarebbe sicuramente una camera da letto. Una di quelle camerette vissute, piene di poster, di disegni sul muro, di giochi di ogni tipo sugli scaffali (rigorosamente in disordine!). Una di quelle camere che quando ci entri, comprendi perfettamente la personalità di chi la vive, che sprizzano energia.

Se questo disco fosse un solo “cerotto”, a chi lo daresti e per quale ferita?

L: A me stesso, credo dopo anni di lavoro di meritarmelo. In fondo come detto per la prima domanda, esser riuscito a chiudere quest’album, in questa maniera, è stato per me una soddisfazione notevole. Sarebbe un cerotto tipo quelli per bambini, con su scritto “continua così”!

Intervista a cura di PopLens Magazine | © 2026 PopLens Magazine


, , , ,

Comments are closed.